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Un team di ricercatori dell’Università della California Irvine (UCI) ha inventato un film metallizzato ispirato alla pelle dei calamari che permette di termoisolare i recipienti che contengono cibi, bevande e non solo. «Per sviluppare questo materiale ci siamo ispirati al funzionamento dei cromatofori», spiega Alon Gorodetsky, uno degli autori dello studio pubblicato su Nature Sustainability, riferendosi alle cellule pigmentate presenti sulla pelle dei calamari che, espandendosi e contraendosi, alterano il riflesso della luce visibile e permettono ai cefalopodi di cambiare colore.

Il film metallico ideato dai ricercatori si può deformare adattandosi a recipienti più o meno ampi, e facendo uscire più o meno velocemente il calore del contenuto: «Le parti metalliche, normalmente attaccate, si separano quando il materiale si tira, regolando così la perdita di calore», spiega Gorodetsky. «Avvolgendo una tazza di caffè con il film, ad esempio, possiamo regolare la quantità di calore rilasciata nell’ambiente esterno e controllare così il raffreddamento del caffè». Dunque, più tirato, e le parti metalliche lasceranno passare più calore, raffreddando più in fretta il caffè; meno tirato, e queste si chiuderanno, impedendo al calore di uscire dalla tazza.

 

Oltre che per isolare le tazze di caffè dei take away o le borse frigo dei surgelati, questo film metallizzato potrebbe servire per rivestire gli scatoloni delle spedizioni e addirittura interi container: qualunque pacco che contenga beni deteriorabili (come cibo o medicine) potrà esserne rivestito per evitare gli sbalzi di temperatura.

La pellicola metallizzata ideata dai ricercatori della UCI, inoltre, è amica dell’ambiente: il rame può essere facilmente disciolto utilizzando normale aceto, mentre la parte “gommosa” (un elastomero termoplastico chiamato SEBS, Stirene-Etilene-Butilene-Stirene) può essere riciclata.

Inoltre la produzione è economicamente vantaggiosa, con un costo dei materiali di base che si aggira sui 0,092 euro a metro quadro. «Questo materiale», concludono gli autori, «potrebbe rappresentare una soluzione tecnologica in risposta alle pressioni economiche, qualitative e di sostenibilità che derivano dall’industria del packaging alimentare».