Il Kopi Luwak, una nicchia sostenibile?

Di Alessandro Delmastro.

 

Il Kopi Luwak è una varietà molto particolare di caffè: il nome è composto da due termini, Kopi e Luwak, che in indonesiano significano rispettivamente caffè e mangusta. Quest’ultima è l’animale chiave nella produzione di questa particolare merce.
La storia di questo bene inizia nel XIX secolo, nelle piantagioni di caffè in Indonesia, quando il territorio era ancora una colonia olandese. Durante quel periodo, alle persone impiegate nelle piantagioni era proibito consumare il caffè. Così i nativi recuperavano i chicchi di caffè defecati dalle manguste, le pulivano dalle feci e producevano questa bevanda, che divenne solo successivamente molto rinomata.
In poco tempo questa bevanda iniziò a diffondersi e nel corso dei decenni il suo prezzo iniziò a lievitare in modo davvero significativo, proprio per il processo produttivo.

 

Ma quali sono quindi gli aspetti che rendono davvero unico questo caffè?

Sicuramente la prima cosa su cui cade l’occhio è il prezzo, che varia da 600 fino anche a 900 euro al chilogrammo, dettato dalla ridotta quantità produttiva di 50 tonnellate l’anno.
Un altro aspetto molto particolare è insito nel processo produttivo. Quest’ultimo inizia quando la mangusta mangia le bacche di caffè mature. Durante il processo digestivo i succhi gastrici attaccano l’endocarpo della ciliegia (la parte esterna) lasciando invece intatta la parte centrale, ovvero il chicco. Questo processo fa si che l’amarezza caratteristica del caffè venga notevolmente ridotta, facendo spazio invece a nuovi aromi caratterizzanti come il cioccolato ed il caramello.
Il prodotto così ottenuto sarà un caffè che, se confrontato con un caffè sempre prodotto nello stesso territorio non presenterà la peculiare nota amara.

 

 

Successivamente alla digestione l’animaletto defecherà così i chicchi che verranno raccolti dai lavoratori della piantagione. Dopo la “raccolta” i chicchi verranno puliti dalle feci, tostati e poi macinati, ed il processo produttivo sarà così completato.
Sorge una domanda: ma se il processo si basa sulla digestione della bacca, perché anche l’uomo non può essere sfruttato per produrre questo particolare caffè?
La risposta è presto data: l’intestino di questi animali non è capace di digerire il chicco, invece l’uomo si, quindi se l’uomo ingerisse questi frutti, ne digerirebbe l’intero chicco, senza avere l’opportunità di poterlo trasformare successivamente.

Come già detto prima, nel corso degli anni la domanda di questo prodotto è fortemente aumentata, sia per la particolarità del gusto che per l’esclusività del prodotto. Questa forte richiesta ha portato alla nascita di numerose compagnie interessate alla produzione di questo caffè nel sud-est asiatico.

 

 

Gli unici a pagarne però delle conseguenze sono proprio le manguste, le quali sono il motore di questa miniera d’oro marrone. Con l’elevata richiesta di mercato, il metodo produttivo è stato modificato, passando dalla raccolta delle feci di animali in libertà, alla caccia delle manguste per ingabbiarle e costringerle a mangiare solamente le bacche di caffè.

Questa “nuova” vita in cattività per questi animaletti è devastante, perché loro sono abituati a vivere all’aria aperta e sono onnivori, soliti a cibarsi di piccoli animali come topi e rane, ma anche di uova, frutti e radici. Costringerli quindi ad una vita segretata dentro a delle gabbie e imporre loro di mangiare solo frutti li distrugge, facendoli diventare anche animali molto aggressivi. Il tasso di mortalità di questi piccoli mammiferi posti in cattività diventa quindi molto alto, così da suggerirne la candidatura a specie protetta.

 

Solitamente le manguste vengono fruttate per tre anni e poi liberate con evidenti difficoltà di adattamento alla nuova realtà.
Ovviamente le associazioni di animalisti sono intervenute per contrapporsi al processo produttivo che sfrutta questi animali. Queste iniziative hanno portato anche a far rimuovere dal famoso magazzino di lusso inglese Harrods questo prodotto dai loro scaffali.
Ma non solo gli animalisti si sono prodigati in questo senso, anche un imprenditore di Hong Kong, Matt Ross ha deciso di bloccare la produzione tornando all’iniziale processo produttivo naturale, raccogliendo le feci delle manguste dalle foreste. Questa mossa dovrebbe servire da monito per tutti gli altri produttori, perché restituisce ridare la giusta libertà che spetta a questi animali a discapito della produzione.
L’effetto commerciale del ritornare ad una produzione etica è sicuramente l’aumento del prezzo finale.